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ARTICLE · 27/10/2026

Ruanda: la storia di una divisione inventata

Sono stato recentemente in visita in Ruanda, e sono tornato profondamente colpito dalle storie del genocidio del 1994. Quello che mi ha colpito di più, però, non è stata solo la violenza in sé, ma scoprire quanto fosse artificiale la divisione che l’ha resa possibile: la distinzione tra hutu e tutsi, oggi percepita come un dato di fatto storico, non è mai stata una divisione etnica nel senso in cui la intendiamo comunemente. È stata, in larga parte, una costruzione amministrativa coloniale.

Kigali di sera

Una distinzione sociale, non etnica

Prima della colonizzazione, “hutu” e “tutsi” indicavano soprattutto categorie sociali ed economiche, non gruppi etnici distinti: parlavano la stessa lingua, condividevano lo stesso territorio e le stesse credenze religiose, spesso anche la stessa famiglia. Un “tutsi” era tipicamente un allevatore di bestiame, un “hutu” era più legato all’agricoltura, ma queste categorie erano fluide: un contadino che accumulava abbastanza bestiame poteva, nel corso di una vita o di una generazione, diventare “tutsi”.

Il Ruanda fu prima colonia tedesca e, dopo la Prima guerra mondiale, passò sotto mandato belga. Fu durante l’amministrazione belga, tra i primi anni ‘30 e il 1935, che questa distinzione fluida venne trasformata in qualcosa di rigido e permanente. Le autorità coloniali condussero un censimento della popolazione e introdussero carte d’identità che riportavano l’appartenenza etnica di ciascuno. Il criterio esatto usato per classificare le persone resta, nei dettagli, materia di dibattito storiografico, ma la versione più diffusa e più spesso citata è che chi possedeva dieci o più capi di bestiame venisse registrato come tutsi, chi ne possedeva meno come hutu. A questo si aggiungevano misurazioni pseudoscientifiche dei tratti fisici, in linea con le teorie razziali europee dell’epoca, che attribuivano ai tutsi un’origine “camitica” presuntamente più vicina agli europei e quindi più adatta a governare.

Una volta fissata sulla carta d’identità, l’appartenenza etnica diventava ereditaria, trasmessa di padre in figlio, indipendentemente da come fosse effettivamente cambiata la condizione economica della famiglia. Una categoria sociale fluida si era trasformata in un’identità burocratica fissa, e per decenni i belgi governarono favorendo la minoranza tutsi come intermediaria del potere coloniale.

Pannello sul Regno del Ruanda, museo storico di Kigali

Dalla rivoluzione del 1959 al genocidio del 1994

Negli anni che precedettero l’indipendenza, raggiunta nel 1962, il vento politico cambiò: con l’appoggio belga, la maggioranza hutu si ribellò al sistema che fino ad allora aveva privilegiato i tutsi, provocando ondate di violenza che costrinsero centinaia di migliaia di tutsi all’esilio nei paesi vicini. Quelle comunità in esilio, e i loro figli, formarono negli anni ‘80 il Fronte Patriottico Ruandese (RPF), che nel 1990 invase il Ruanda dall’Uganda, dando avvio a una guerra civile.

Il 6 aprile 1994 l’aereo del presidente ruandese Juvénal Habyarimana fu abbattuto mentre atterrava a Kigali, uccidendo lui e il presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira. Non si è mai stabilito con certezza chi abbia ordinato l’attentato, ma nel giro di poche ore gruppi estremisti hutu, già organizzati e armati, diedero inizio a un massacro sistematico della popolazione tutsi e degli hutu moderati. Nei cento giorni successivi, tra aprile e luglio 1994, furono uccise tra le 800.000 e circa un milione di persone: uno dei ritmi di violenza più rapidi della storia moderna.

Le radio e i giornali ebbero un ruolo decisivo. L’emittente Radio Télévision Libre des Mille Collines (RTLM) e il giornale Kangura diffusero per mesi propaganda che disumanizzava i tutsi, chiamandoli “scarafaggi” (inyenzi), e durante il genocidio trasmisero istruzioni dirette su dove si nascondessero le persone da uccidere. Molte delle vittime furono assassinate da vicini di casa, colleghi, a volte persino parenti: la macchina della violenza si basò in larga parte sulla mobilitazione della popolazione comune, non solo di milizie organizzate come gli Interahamwe.

Un fallimento documentato delle istituzioni internazionali

L’11 gennaio 1994, quasi tre mesi prima dell’inizio del genocidio, il generale canadese Roméo Dallaire, comandante della missione di pace ONU in Ruanda (UNAMIR), inviò alla sede delle Nazioni Unite a New York un telegramma, poi noto come “genocide fax”, in cui riferiva informazioni su piani di sterminio della popolazione tutsi e chiedeva l’autorizzazione a intervenire contro i depositi di armi. L’autorizzazione non arrivò.

Quando il genocidio iniziò, dieci caschi blu belgi furono uccisi mentre proteggevano la prima ministra Agathe Uwilingiyimana, anch’essa assassinata. Il Belgio ritirò il proprio contingente, e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, anziché rafforzare la missione, ne ridusse drasticamente l’effettivo: da circa 2.500 a poco più di 270 caschi blu, proprio nelle settimane più cruente del massacro.

Nel dicembre 1999, un’inchiesta indipendente commissionata dal segretario generale dell’ONU Kofi Annan concluse che il fallimento della risposta delle Nazioni Unite al genocidio ruandese fosse dovuto a una mancanza di risorse e, soprattutto, di volontà politica, e raccomandò che l’organizzazione presentasse pubbliche scuse al popolo ruandese. Lo stesso Annan, che all’epoca dei fatti dirigeva il dipartimento delle operazioni di pace dell’ONU, espresse “profondo rammarico” per il fallimento dell’organizzazione.

Una riflessione

Quello che rende la storia del Ruanda così necessaria da raccontare non è soltanto la violenza del 1994, ma la sua origine: una linea tracciata a tavolino, su basi arbitrarie, diventata nel giro di due generazioni un confine mortale. Ci mostra come la propaganda possa prendere una distinzione amministrativa, quasi casuale alle origini, e trasformarla in odio capace di spingere vicini di casa gli uni contro gli altri: prima attraverso decenni di teorie razziali coloniali, poi attraverso le trasmissioni di Radio Télévision Libre des Mille Collines e le pagine di Kangura. È una storia che riguarda da vicino il modo in cui classifichiamo le persone, le istituzioni che scegliamo di costruire, e la responsabilità di chi, nelle posizioni di potere o di osservazione, sceglie di guardare altrove.

Fonti: Lumen Learning, World History; National Security Archive, The Rwanda “Genocide Fax”; Global Centre for the Responsibility to Protect; sintesi del rapporto dell’inchiesta indipendente ONU sul Ruanda (dicembre 1999, comitato presieduto da Ingvar Carlsson).